Skip to Content

Critical reviews

 

Hanno scritto su Vincenzo Calli:

Eugenio Montale, Dario Micacchi, Sergio Guarino, Tommaso Paloscia, Dino Villani, Alberto Bevilacqua, Giovanni Faccenda, Roger Bouillot, Paolo Levi, William Biety, Augusta Monferini, Roger Hurlburt, John T. Spike, Vittorio Sgarbi, Paola Refice.

Annidato fra Urbino, luogo di nascita del Rinascimento, e Firenze, la città del suo realizzarsi, si trova Anghiari città del XIII secolo. Dalla cima di questa collina, Vincenzo Calli è nato con una vista della campagna toscana.
Questo stesso paesaggio fu il luogo di nascita di Michelangelo, Piero della Francesca e molti altri Maestri della pittura del Rinascimento. Non è soltanto il paesaggio del posto che ha influenzato Calli, ma le fondamenta della vita italiana, la famiglia.
Le sue figure sono intrecciate come viti nelle vigne circostanti ma anche indipendenti l'una dall'altra come lo sono i campi di girasole da quelli di grano.
Ancora tutti i tessuti in un arazzo di ritmo, luce ed i colori della terra.
I dipinti parlano non soltanto del legame fra esseri umani e natura, fra uomini e donne.
Essi trattano dei sogni di ogni persona e delle memorie che li hanno creati.
Le figure levitano in un sogno spirituale e le loro espressioni enigmatiche creano una dinamica tensione che le lega insieme. Il suo lavoro è un'affascinante celebrazione di innocenza e sensualità.

 

WilliamBiety Direttore della Gallery Camino Real, Florida

Se Balthus, come ha suggerito Paolo Levi, può essere stato un punto di riferimento, viene però del tutto meno la maliziosa sensualità della figura femminile, che è assunta piuttosto come emblema di serenità e di purezza: dominatrice assoluta, la donna, la fanciulla, la bambina nei dipinti della prima metà degli anni Novanta, idolo di una rotondità gonfia di lirismo e di ingenuo desiderio.
In seguito invece, la donna diviene "metà", compagna, integrandosi alla figura maschile come nel disegno di un concreto e maturo progetto, cresciuto con la conquista di una più solida fiducia e sicurezza: ai frutti, ai giocattoli, alle stoviglie, agli arredi della "toilette" si affiancano nuovi oggetti simbolici tra le mani dei protagonisti: la barchetta con il suo richiamo al "viaggio", il borgo in miniatura (la stabilità, la residenza, le "radici") o la barca che contiene il borgo, simboli che si integrano di un'avventura verso l'ignoto calamitata sempre però dal ritorno.

A

ugusta Monferini Roma, 1998

Le pitture scolpite di Vincenzo Calli.

Le opere di Calli hanno, nella loro calma olimpica, più perplessità che serenità: nulla di introverso. Tracciano la mappa di una storiografia personale, ne sono i bagliori, che lasciano intendere l'automazione universale del mondo.

Alberto Bevilacqua Roma 15.11.1992

 

Calli, la Donna come sovrana.

In questo, Vincenzo Calli, è l'erede di tutti i suoi grandi predecessori toscani. Ma ciò che è attuale risiede nel singolare aspetto delle sue opere, ove si possono individuare, velate, ironia dolce e risonanza romantica. Vi operano un fascino un poco insolito e una limpidezza di sentimento onirico che non mancano di nobiltà.

Roger Bouillot Parigi, 29.12.1992

 

Nuovi dipinti di Vincenzo Calli

Una caccia spensierata alle lucciole diventa la ricerca dell'illuminazione in Notti d'Estate, uno dei nuovi dipinti di Vincenzo Calli in questa mostra.
Due donne - una vestita, l'altra nuda - mettono a confronto le creature luccicanti che hanno catturato. Potrebbero essere sorelle, in quanto hanno i volti identici.
Forse sono due aspetti contrastanti della stessa personalità. Una delle donne nasconde la sua luce, mentre la sua compagna nuda mostra apertamente tutto ciò che possiede. Mi fa ricordare una personificazione antica di Verità: "una donna bella e nuda, che tiene il Sole nella sua mano destra e lo guarda fisso. È rappresentata nuda per dimostrare che la semplicità, per lei, è naturale. Tiene il Sole per indicare che la verità è l'amica della luce."
Nella distanza, un'altra donna continua la sua caccia alle lucciole.

Calli confronta i suoi dipinti con delle mitologie, nelle quali utilizza un idioma moderno per rinnovare i misteri più antichi. Il suo quadro Navigatori contiene soltanto due figure, ma esprime i temi del viaggio dell'eroe verso l'illuminismo: l'arrivo della luce nel mondo e la presenza costante della Donna come dea, seduttrice e anima. L'acqua è un altro simbolo del principio femminile di vita e di creatività.
Nativo di Anghiari, vicino ad Arezzo, Calli ha ereditato la passione fiorentina per la miscela vigorosa del sensuale e dell'ideale. I suoi nudi dimostrano l'istinto classico che prende l'oggetto più sensuale e più singolare della nostra attenzione, il corpo umano, e lo mette lontano dal tempo e dal desiderio .
Le semplificazioni armoniose dei nudi di Calli riescono a prendere il concetto più razionale di cui siamo capaci, l'ordine matematico, e trasformarlo in un piacere per i sensi.

Il labirinto dal quale bisogna uscire, e il potere ristoratore della Natura, rappresentano altri temi mitici in questi dipinti, di cui le passioni basilari sono appena nascoste sotto la superficie di tranquillità filosofica. Aristotele disse che l'arte completa quel che la natura non è in grado di finire.
"L'artista ci fornisce una conoscenza dei fini non realizzati della natura".
La ricerca di Calli, quella di armonizzare la forma e l'anima, è antica quanto il Mediterraneo.

John T. Spike ottobre 2001

 

Le "Emozioni mediterranee" di Vincenzo Calli

Gli esiti che si hanno modo di apprezzare anche in questa occasione, appartengono infatti ad una iconografia al solito sospesa a metà fra classicità e mito, sobria nella struttura e dunque scevra, nella sua stessa composizione, da ogni appesantimento didascalico. Le figure giungono cos ì ad occupare quella che è una ribalta ideale, accompagnate da una fisiognomica inquieta, che è specchio evidente di quanto alberga nel segreto del loro animo.
Si ritorna allora sempre "Alla ricerca dell'anima [..] verso una meta oscura, talvolta indecifrabile che Calli ha scelto di guadagnare seguendo i difficoltosi itinerari della pittura.
Sorretto dalla memoria del passato che può rappresentare, in talUni casi, l'unico futuro.

Giovanni Faccenda Firenze, 2001

 

La mostra "Nobiltà di Piero" caratterizza con la propria eccezionalità il 2007 ad Arezzo e in Val Tiberina. Intorno ad essa, e alle opere di Piero esistenti nel capoluogo, a Monterchi, a Sansepolcro fio­risce una notevole messe di iniziative culturali. Ad Anghiari, cittadina esclusa dal privilegio del pos­sesso di un'opera del Maestro, il Museo Statale di Palazzo Taglieschi ha accolto con entusiasmo l'idea di esporre opere di Vincenzo Calli. Figure ineffabili, che occupano situazioni possibili, senza pre­scindere dal proprio volume. Dipinti che, liberi dal peso del possesso della realtà assoluta, pure pre­sentano realtà individue, ciascuna colta nella propria, accidentale e irrefutabile essenza. Le sale del Palazzo si colmano di attese, situazioni sottese, esistenze interrotte. L'allestimento ha cercato di ri­specchiare questa idea dell'essere, questa forma del reale. I quadri, oggetti sospesi, rappresentano se stessi. L'uovo, omaggio ermetico e fecondo a Piero, si propone con discrezione, quale volume assolu­to. E la meraviglia nasce dal fatto che da tutto ciò non resti escluso il colore. Il colore: un paradosso luminoso, che attira lo sguardo e risveglia la percezione. Cunei di luce attraversano le scene: ci si aspetterebbe di vederli animarsi di pulviscolo, come in un uggioso pomeriggio di attesa, in una stan­za dalle grandi finestre e le persiane socchiuse. Si direbbe di essere negli anni Sessanta: anni di un secolo che già è stato il nostro. Un tempo diverso, tanto lontano da quello che evocano gli ambienti del Palazzo. Che pure accoglie gli uomini, le donne di Calli con naturalezza, quasi senza parere. Anghiari sogna: da sempre sogna di veder un giorno affiorare su un muro pitture di Piero. Nel­l'attesa, con discrezione, Calli racconta di storie, senza fare pittura di storia.

Paola Refice
Direttore del Museo di Palazzo Taglieschi ad Anghiari (AR)

 

Ciò che colpisce di Vincenzo Calli è la pazienza pittorica che esercita nella ricerca delle sensazioni e nel recupero della memoria. Le sue fanciulle in fiore sono delle rivisitazioni, dove l'artista ha consapevolmente eluso il rischio di cadere nella morbosità del soggettivismo e della nostalgia. Non è tanto il volto, quanto gli atteggiamenti di un corpo femminile posato languidamente su una sedia, le gambe allungate e pro­tette dalle mani, a lasciare in chi guarda la sensazione depurata e oggettivizzata di un ricordo. Mi chiedo tuttavia se Vincenzo Calli non abbia qualcosa di deliziosamente demoniaco nel suo modo di impaginare il quadro, nel tratteggiare i momenti di sospensione, nell'alludere alla tridimensionalità grazie alla sapienza del segno e alla profondità del tratto pittorico, nel sottintendere più che nel mostrare. La qualità di questa pittura sta proprio nella ritualità delle apparenze, nella rinuncia ad esplorare il dato esistenziale, e nel considerare l’umanità come un giardino dove lo sguardo è catturato dalle armonie cromatiche e dall'eleganza delle forme. Quella di Calli e una scrittura poetica che enuncia con orgoglio le sue radici toscane, e che nella nitidezza quasi trasparente dei pig­menti e nel gusto arcaicizzante di tratteggiare i volti, si rivolge esplicitamente ai maestri del passato.La sua cifra stilistica sta soprattutto nell'esaltazione della brillantezza degli impasti cromatici, a cui tuttavia impone un'attenuazione di luminosità per rendere l’immagine metafisicamente innaturale. Calli non usa l'acquarello, ma l'ariosa leggerezza delle sue composizioni stempera il colore sino alle conseguenze estreme della trasparenza, mentre il flusso pittorico si pone al di là del messaggio psicologico, per vestire di fresca sensualità la giovinezza dei suoi personaggi. Il suo mondo vive una sorta di eternità antiretorica, come negli affreschi classici, dove l’equilibrio si compone nella staticità di un attimo, dove il movimento dei corpi e un gioco delle parti con le ombre e l'apparenza della semplicità racconta un universo rinserrato in un ordito fatalmente emblematico e senza tempo. Le scenografie sono del tutto innaturali, ma ci consegnano lo sfondo soggettivamente reale in cui si muove l’immaginario poe­tico dell'artista. Nel recupero di un tempo storico ben definito della storia dell'arte italiana, Vincenzo Calli ha stabilito il suo ordine formale ed estetico, che si configura in una pudica esaltazio­ne della forme giovanili e si fonda su una filosofia, una visione del mondo, dove l'equilibrio si ricompone nelle leggi naturali di un Eden senza peccato. Attuando la trasformazione dell'appa­renza in pura verità plastica, il suo classicismo sta anche nel rendere equilibra­te le figure a livello ottico in un gioco ritmato di vuoti e di pieni, chiudendo gli spazi in orizzontale, e alludendo alla possibilità che la narrazione si ampli ulteriormente. Ma il senso delle sue raffigurazioni sta nella voluta estraneità alle tentazioni letterarie o narrative, in quanto ogni figura diventa emblematica: sono anonimi attori ed attrici le cui vesti alludono a una contemporaneità, contraddetta per altro dall'assenza di uno sfondo sociale e culturale decodificabile. Sono solo frammenti di un paesaggio umano che ha una doppia chiave di let­tura. Da una parte c'è la rappresentazione del silenzio, della mancanza di comunicazione diretta fra i personaggi che si affiancano. Dall'altra, tuttavia, spira un'atmosfera di serenità che conferisce al silenzio il significato di un'evocazione di cose già dette e che non e più necessario ribadire.

‎Vittorio Sgarbi, da "I giudizi di Sgarbi", Editoriale Giorgio Mondadori