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Mostra all’Accademia delle arti e del disegno, Mediterranean Hearts di Firenze 2026

“Come molti altri toscani, Vincenzo Calli potrebbe venir paragonato a un compasso: l’asta con la mina compie cerchi larghi e numerosi lasciando segni ovunque, l’asta con lago invece resta tenacemente infissa al centro. Ed è così per Calli, che fin da giovane ha spaziato per il mondo con le sue mostre, ma ritrova il suo centro ad Anghiari e nel territorio, cui rimane profondamente legato, e che offre ancora i paesaggi armoniosi sui quali, fra gli altri, posò lo sguardo Piero della Francesca. E’ davvero un percorso espositivo prestigioso quello di Calli, che a partire dagli anni ’80 del secolo scorso ha toccato antiche città d’Italia – Arezzo, Perugia, Firenze, Siena e altre città d’Europa, alternandole alle contemporanee metropoli statunitensi: cosicché l’Accademia del Disegno di Firenze, e particolarmente la Classe di Pittura presieduta dal prof. Luca Macchi, accolgono con vivo interesse la mostra Mediterranean Hearts, cuori mediterranei, che Calli ha voluto destinare alla sala espositiva dell’Accademia in via Ricasoli. Nei suoi dipinti a olio e a tecnica mista, emergono i due filoni portanti della sua creazione artistica, la figura umana – specialmente femminile – e il paesaggio. I paesaggi di Calli sono costruiti per campi di colore larghi e cangianti, in una sofisticata gamma di sfumature che rimanda non tanto al dato naturale, quanto piuttosto a una visione interiore che sorte l’effetto d’una bizzarra, onirica armonia. Si guardi Prima della tempesta, col cielo incombente color ardesia solcato da strisce di fiamma (un omaggio a Munch e al suo celebre Urlo?), prati chiazzati di colori da sogno, gli alberi piumosi e gonfi già strapazzati dal vento che li investe, dove le sapienti sfumature sembrano in certi passaggi serbare memoria dell’aeropittura futurista. Sola forma geometrica e compatta, la casa lontana con la luce accesa sembra promettere accoglienza e sicurezza contro la furia incombente degli elementi. E ancora la casa, dai due corpi rosei accarezzati dall’ombra violacea in un fitto di alberi, in L’orto botanico si pone al vertice di una collina ammantata di colture diverse, dai colori accortamente compenetrati dal tratto sottile della pennellata. Anche in My Eden, la ricchezza cromatica del morbido paesaggio – una lingua di terra rosseggiante piantumata di alberi di svariati verdi, tra specchi d’acqua che riflettono un cielo azzurro solcato di nubi rosa – ha il suo fulcro e contrappeso nella nitida barchetta in primo piano che, investita da una luce tutta sua, richiama baldanzosa e quasi petulante l’attenzione dell’osservatore. Ritroviamo ne L’ultimo raggio di luce la magia dell’acqua ferma e limpida, variegato specchio del cielo e degli alberi, su cui l’ultimo raggio accende un tratto giallo inatteso. Anche qui una casetta con la luce accesa trasmette il conforto di una segreta vita domestica, anche qui i due corpi sodi e candidi delle colombe in volo, in primo piano, giustappongono il loro definito plasticismo alla dolcezza indefinita e vaga delle stesure pittoriche della veduta.”

Cristina Acidini Presidente dell’Accademia delle Arti del Disegno

Into Eden – Castello di Poppi – AR. Testi critici di Angelo Tarufei

“Nel considerare l’operosità di Calli, in aggiunta ai punti fermi ormai acquisiti, quali, ad esempio, il riprendersi alla grande tradizione pittorica toscana più o meno remota, unito al richiamo puntuale alla pittura degli anni trenta del secolo scorso, occorre sottolineare con forza il fitto, brulicante ductus pittorico, che irradia un’instabilità diffusa sulle sue forme falsamente immutabili.
L’incessante frammentazione della pennellata è un elemento costitutivo della sua pittura che sembra cotonare certi paesaggi aerei e inumidire le forme solide delle sue ragazze sempre scomodamente sedute. E d’altra parte è costantemente scomoda la visione di Vincenzo Calli, sospesa tra un’apparente solidità concreta ( Carrà Balthus ) e una dimensione onirica di stampo prevalentemente fiabesco. Ma è quest’ultima che prevale quasi sempre e ammanta i suoi personaggi di un’espressione incredibilmente attonita, che non è felice e neanche triste: è l’espressione di donne e uomini che sono consapevoli di recitare un copione e sperimentare sentimenti inalterati da millenni.
Sullo sfondo di questo palcoscenico immutabile l’artista lascia al colore la facoltà d’introdurre l’elemento della variabile imprevedibile e incontrollabile, quel colore che eleva i suoi paesaggi a livelli non comuni di liricità e ne fa per noi il suo segno più alto”.


Angelo Tartuferi  – 2015 – Direttore del Museo dell’Accademia di Firenze

 

Presentazione Calendario Banca Etruria 2014

 

Mostra “Eventi Straordinari” 2015